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	Commenti a: Giorni Giapponesi, il libro e l&#039;altra faccia della medaglia	</title>
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		Di: federchicca		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[federchicca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2017 07:50:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6388&quot;&gt;kazuyo komoda&lt;/a&gt;.

Grazie Kazuyo, per me che non ho vissuto queste cose in prima persona rimane il tuo punto di vista. Ognuno poi fa le sue valutazioni dopo aver sentito l&#039;una e l&#039;altra &quot;campana&quot; e deciderà se e come informarsi ulteriormente. Ti auguro una buona giornata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6388">kazuyo komoda</a>.</p>
<p>Grazie Kazuyo, per me che non ho vissuto queste cose in prima persona rimane il tuo punto di vista. Ognuno poi fa le sue valutazioni dopo aver sentito l&#8217;una e l&#8217;altra &#8220;campana&#8221; e deciderà se e come informarsi ulteriormente. Ti auguro una buona giornata.</p>
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		Di: kazuyo komoda		</title>
		<link>https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6388</link>

		<dc:creator><![CDATA[kazuyo komoda]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Nov 2017 15:48:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6386&quot;&gt;federchicca&lt;/a&gt;.

Quello che ho scritto non è &quot; il mio punto di vista&quot; ma indicazioni degli errori oggettivi.
Se avessi citato tutti gli errori avrei dovuto scrivere almeno altri 4-5 cartelle.
Non credeteci tutto quello che stampato sulla carta chiunque abbia scritto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6386">federchicca</a>.</p>
<p>Quello che ho scritto non è &#8221; il mio punto di vista&#8221; ma indicazioni degli errori oggettivi.<br />
Se avessi citato tutti gli errori avrei dovuto scrivere almeno altri 4-5 cartelle.<br />
Non credeteci tutto quello che stampato sulla carta chiunque abbia scritto.</p>
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		<title>
		Di: kazuyo komoda		</title>
		<link>https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6387</link>

		<dc:creator><![CDATA[kazuyo komoda]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2017 23:13:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Questa è la mia recensione che ho scritto su Amazon.
Troppa falsità. Non credeteci. Il cognome dell’autrice inganna.
Dopo aver letto “Giorni giapponesi“ di Angela Terzani Staude, mi stupisce che finora nessuno abbia contestato il contenuto di questo libro.
Mi ricordo della frenesia degli anni ‘80, l’epoca in cui l’autrice ha scritto questo diario, i quali sono anche i miei ultimi anni in Giappone. Pure io critico il mio paese: il consumismo sfrenato, lo scarso senso critico, il degrado culturale, la scarsa qualità dell’ambiente abitativo, le città caotiche a causa del progetto urbanistico pressoché inesistente. Considero il mio paese “danaroso” ma mai “ricco”. La qualità della vita è lontana da quella europea.
Non metterei, quindi, in discussione “le sue opinioni”, ma  fin dalle prime righe percepisco le sue grottesche malizie per screditare il popolo del paese, secondo lei originariamente povero ma, unico paese industrializzato al livello occidentale nell’Asia dell’epoca, il che agli occhi degli occidentali sarebbe stato mostruoso in quel momento storico.
È ingannevole il cognome dell’autrice, cioè di suo marito che dà credibilità a questo libro. Anche se scrive una critica sullo stesso argomento, “la sua correttezza” è ben lontana da quella straordinaria di Tiziano Terzani, che con la sua onestà intellettuale ammette pure di non essere “entrato” davvero in Giappone. Mentre sua moglie, l’autrice, fa finta, di essere esperta, nonostante scriva con numerosissimi errori e imprecisioni.
Nei primi due anni (prime 115 pagine) l’autrice scrive tanti racconti sentiti dalla gente del “Club degli stranieri” e da pochi giapponesi abituati a parlare con gli stranieri. Evidentemente l’autrice non si è mai inserita nella vera società giapponese, ci gira attorno con il punto di vista di un’occidentale, e non sa che per capire un’altra cultura si dovrebbe cambiare anche il proprio punto di vista. Trascrive con superficialità i racconti ascoltati senza mai capire la sfumatura delle espressioni (es. clamorosa incomprensione del rapporto tra i coniugi p. 85, p.128), senza mai riflettere se questi racconti dei suoi conoscenti esprimano situazioni singolari, o siano riconducibili ad un comune e diffuso costume sociale. Tanti dei suoi scritti a me sembrano antecedenti la guerra o alcuni addirittura di epoca Edo, se non perfino frutto della fantasia dell’autrice.
I racconti citati in questo libro sono particolarmente esagerati come se si trattasse di fenomeni generali diffusi, offrendo così una visione completamente distorta della società giapponese del tempo.
Dal terzo anno, 1988 (p. 116) in poi le descrizioni sono più approfondite e più interessanti. Alcune opinioni e analisi sono condivisibili ma il suo punto di vista non cambia molto. La visione rimane sempre distorta senza uscire dagli stereotipi.
In questo libro ci sono notevoli errori tecnici e imprecisioni dovuti alla carente conoscenza e alla conseguente scarsa comprensione della realtà giapponese da parte dell’autrice. Cito solo alcuni esempi. La tomba d’imperatore Meiji non è a Tokyo (p.18). La confonde con il tempio a lui dedicato. Non “tutti i bambini di Tokyo” sono stati evacuati nella piccola prefettura di Toyama (p.55). Ovviamente non ci sarebbero stati e in realtà sono stati sfollati nelle campagne di varie regioni. Mi pare che l’autrice tenda a semplificare “tutti così&quot; quando sa o vede qualcosa, così come anche sugli idoli (p.99), sulla kaisha (p.100), sull’assunzione aziendale (p.101), sugli esami in forma di quiz (p.126). Impossibile scrivere, senza nemmeno citare le fonti frasi del tipo che le madri concedono ai figli un rapporto sessuale come premio della fatica degli esami (p.126). Anche qualora fosse capitato, sarebbe stato un caso singolarissimo. Il sushi e la contemplazione della luna e dei fiori di ciliegio sono nostre tradizioni. Non le abbiamo importate dalla Cina (p.74), lo confermano anche i cinesi. Non tutti i nostri idoli sono guerrieri (p.99), ci sono anche poeti, scienziati, artisti ecc. L’obi è la cintura per il kimono, non è una sciarpa (p.150). Il buraku-min un tempo era un popolo considerato impuro anche per lo shintoismo (p.212) ma soprattutto per il buddismo giapponese. Buddismo Zen e Bushido (l’anima del Giappone) non c’entrano (p.276). Le basi del bushido sono ispirate dal confucianesimo. Così tantissimi altri errori.
Oltre a questi, se ne trovano, anche sui nomi dei luoghi e sui sostantivi.
Particolarmente grave risulta la parte in cui parla delle religioni. Scrive sullo shintoismo come se si trattasse di  una religione monoteista: “come gli ebrei anche loro credono in unico dio” (p.51). Invece, è politeista. Più tardi (pp.213-218) ammette che ci sono tanti Kami (= dei, divinità), ma continua a non considerarli tali fino all’ultimo. Che cosa significa “il popolo che non ha mai avuto una rappresentazione del mondo ideale come Confucio, Budda e Cristo” (p.51), ”come fidarsi veramente di un popolo che non ha né un dio né sacre scritture” (p.325). In realtà il buddismo e il confucianesimo si sono radicati nel paese solo 3-4 secoli dopo che il cristianesimo si diffuse nell’Impero Romano. Certo il buddismo e il confucianesimo non sono nati in Giappone così come il cristianesimo non è nato in Europa.
Scrive erroneamente, inoltre, “per i giapponesi non ci sono prolungamenti delle cose nell’aldilà“ (p.93), in realtà nel buddismo sì. Durante il soggiorno di cinque anni, non ha mai visto un funerale buddista che tra l’altro viene scelto dall’80% della popolazione? Né l’Hoji? Né l’Obon? Né il Butsudan? Oppure li ha visti ma non ne ha capito il significato?
Avendo le idee chiaramente confuse avrebbe dovuto astenersi dall’affrontare con leggerezza tali tematiche.
Non riconosce la grande influenza che l’intreccio tra buddismo e il confucianesimo hanno avuto sulla mentalità del paese. Infatti nel libro evidenzia esageratamente solo lo shintoismo e il suo legame con l’imperatore, e non parla di buddismo, anche se menziona i templi buddisti (p.34, p.36, ecc.) e il costo del funerale buddista (p.232). Per quanto riguarda il confucianesimo che è stato il principio della moralità negli ultimi secoli, lo liquida solo con una battuta di un suo amico cinese.
Forse non voleva parlare del buddismo né del confucianesimo, altrimenti non sta in piedi la sua opinione sprezzante, “il popolo senza Sacra scrittura”.
Non trovo corretto scrivere intenzionalmente certe cose. Mi pare che l’autrice più che capire veramente si sia impegnata ad esprimere antipatia nei confronti del popolo giapponese.
Mentre varie descrizioni di suo marito Tiziano Terzani, anche se ugualmente critiche, sono oggettive, corrette e rispecchiano il suo essere un vero giornalista.
Sarebbe stato meglio se avesse tenuto questo diario nel cassetto della sua scrivania invece che pubblicarlo come verità assoluta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è la mia recensione che ho scritto su Amazon.<br />
Troppa falsità. Non credeteci. Il cognome dell’autrice inganna.<br />
Dopo aver letto “Giorni giapponesi“ di Angela Terzani Staude, mi stupisce che finora nessuno abbia contestato il contenuto di questo libro.<br />
Mi ricordo della frenesia degli anni ‘80, l’epoca in cui l’autrice ha scritto questo diario, i quali sono anche i miei ultimi anni in Giappone. Pure io critico il mio paese: il consumismo sfrenato, lo scarso senso critico, il degrado culturale, la scarsa qualità dell’ambiente abitativo, le città caotiche a causa del progetto urbanistico pressoché inesistente. Considero il mio paese “danaroso” ma mai “ricco”. La qualità della vita è lontana da quella europea.<br />
Non metterei, quindi, in discussione “le sue opinioni”, ma  fin dalle prime righe percepisco le sue grottesche malizie per screditare il popolo del paese, secondo lei originariamente povero ma, unico paese industrializzato al livello occidentale nell’Asia dell’epoca, il che agli occhi degli occidentali sarebbe stato mostruoso in quel momento storico.<br />
È ingannevole il cognome dell’autrice, cioè di suo marito che dà credibilità a questo libro. Anche se scrive una critica sullo stesso argomento, “la sua correttezza” è ben lontana da quella straordinaria di Tiziano Terzani, che con la sua onestà intellettuale ammette pure di non essere “entrato” davvero in Giappone. Mentre sua moglie, l’autrice, fa finta, di essere esperta, nonostante scriva con numerosissimi errori e imprecisioni.<br />
Nei primi due anni (prime 115 pagine) l’autrice scrive tanti racconti sentiti dalla gente del “Club degli stranieri” e da pochi giapponesi abituati a parlare con gli stranieri. Evidentemente l’autrice non si è mai inserita nella vera società giapponese, ci gira attorno con il punto di vista di un’occidentale, e non sa che per capire un’altra cultura si dovrebbe cambiare anche il proprio punto di vista. Trascrive con superficialità i racconti ascoltati senza mai capire la sfumatura delle espressioni (es. clamorosa incomprensione del rapporto tra i coniugi p. 85, p.128), senza mai riflettere se questi racconti dei suoi conoscenti esprimano situazioni singolari, o siano riconducibili ad un comune e diffuso costume sociale. Tanti dei suoi scritti a me sembrano antecedenti la guerra o alcuni addirittura di epoca Edo, se non perfino frutto della fantasia dell’autrice.<br />
I racconti citati in questo libro sono particolarmente esagerati come se si trattasse di fenomeni generali diffusi, offrendo così una visione completamente distorta della società giapponese del tempo.<br />
Dal terzo anno, 1988 (p. 116) in poi le descrizioni sono più approfondite e più interessanti. Alcune opinioni e analisi sono condivisibili ma il suo punto di vista non cambia molto. La visione rimane sempre distorta senza uscire dagli stereotipi.<br />
In questo libro ci sono notevoli errori tecnici e imprecisioni dovuti alla carente conoscenza e alla conseguente scarsa comprensione della realtà giapponese da parte dell’autrice. Cito solo alcuni esempi. La tomba d’imperatore Meiji non è a Tokyo (p.18). La confonde con il tempio a lui dedicato. Non “tutti i bambini di Tokyo” sono stati evacuati nella piccola prefettura di Toyama (p.55). Ovviamente non ci sarebbero stati e in realtà sono stati sfollati nelle campagne di varie regioni. Mi pare che l’autrice tenda a semplificare “tutti così&#8221; quando sa o vede qualcosa, così come anche sugli idoli (p.99), sulla kaisha (p.100), sull’assunzione aziendale (p.101), sugli esami in forma di quiz (p.126). Impossibile scrivere, senza nemmeno citare le fonti frasi del tipo che le madri concedono ai figli un rapporto sessuale come premio della fatica degli esami (p.126). Anche qualora fosse capitato, sarebbe stato un caso singolarissimo. Il sushi e la contemplazione della luna e dei fiori di ciliegio sono nostre tradizioni. Non le abbiamo importate dalla Cina (p.74), lo confermano anche i cinesi. Non tutti i nostri idoli sono guerrieri (p.99), ci sono anche poeti, scienziati, artisti ecc. L’obi è la cintura per il kimono, non è una sciarpa (p.150). Il buraku-min un tempo era un popolo considerato impuro anche per lo shintoismo (p.212) ma soprattutto per il buddismo giapponese. Buddismo Zen e Bushido (l’anima del Giappone) non c’entrano (p.276). Le basi del bushido sono ispirate dal confucianesimo. Così tantissimi altri errori.<br />
Oltre a questi, se ne trovano, anche sui nomi dei luoghi e sui sostantivi.<br />
Particolarmente grave risulta la parte in cui parla delle religioni. Scrive sullo shintoismo come se si trattasse di  una religione monoteista: “come gli ebrei anche loro credono in unico dio” (p.51). Invece, è politeista. Più tardi (pp.213-218) ammette che ci sono tanti Kami (= dei, divinità), ma continua a non considerarli tali fino all’ultimo. Che cosa significa “il popolo che non ha mai avuto una rappresentazione del mondo ideale come Confucio, Budda e Cristo” (p.51), ”come fidarsi veramente di un popolo che non ha né un dio né sacre scritture” (p.325). In realtà il buddismo e il confucianesimo si sono radicati nel paese solo 3-4 secoli dopo che il cristianesimo si diffuse nell’Impero Romano. Certo il buddismo e il confucianesimo non sono nati in Giappone così come il cristianesimo non è nato in Europa.<br />
Scrive erroneamente, inoltre, “per i giapponesi non ci sono prolungamenti delle cose nell’aldilà“ (p.93), in realtà nel buddismo sì. Durante il soggiorno di cinque anni, non ha mai visto un funerale buddista che tra l’altro viene scelto dall’80% della popolazione? Né l’Hoji? Né l’Obon? Né il Butsudan? Oppure li ha visti ma non ne ha capito il significato?<br />
Avendo le idee chiaramente confuse avrebbe dovuto astenersi dall’affrontare con leggerezza tali tematiche.<br />
Non riconosce la grande influenza che l’intreccio tra buddismo e il confucianesimo hanno avuto sulla mentalità del paese. Infatti nel libro evidenzia esageratamente solo lo shintoismo e il suo legame con l’imperatore, e non parla di buddismo, anche se menziona i templi buddisti (p.34, p.36, ecc.) e il costo del funerale buddista (p.232). Per quanto riguarda il confucianesimo che è stato il principio della moralità negli ultimi secoli, lo liquida solo con una battuta di un suo amico cinese.<br />
Forse non voleva parlare del buddismo né del confucianesimo, altrimenti non sta in piedi la sua opinione sprezzante, “il popolo senza Sacra scrittura”.<br />
Non trovo corretto scrivere intenzionalmente certe cose. Mi pare che l’autrice più che capire veramente si sia impegnata ad esprimere antipatia nei confronti del popolo giapponese.<br />
Mentre varie descrizioni di suo marito Tiziano Terzani, anche se ugualmente critiche, sono oggettive, corrette e rispecchiano il suo essere un vero giornalista.<br />
Sarebbe stato meglio se avesse tenuto questo diario nel cassetto della sua scrivania invece che pubblicarlo come verità assoluta.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: federchicca		</title>
		<link>https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6386</link>

		<dc:creator><![CDATA[federchicca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2017 13:24:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.federicapiersimoni.it/?p=11801#comment-6386</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6385&quot;&gt;kazyo komoda&lt;/a&gt;.

Grazie per aver riportato anche qui il tuo commento. Un punto di vista in più sul libro dell&#039;autrice non fa di certo male, saranno i lettori poi a unire i punti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6385">kazyo komoda</a>.</p>
<p>Grazie per aver riportato anche qui il tuo commento. Un punto di vista in più sul libro dell&#8217;autrice non fa di certo male, saranno i lettori poi a unire i punti.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: kazyo komoda		</title>
		<link>https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6385</link>

		<dc:creator><![CDATA[kazyo komoda]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2017 13:20:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.federicapiersimoni.it/?p=11801#comment-6385</guid>

					<description><![CDATA[questo è la mia recensione su questo libro scritto per Amazon.
Troppa falsità. Non credeteci. Il cognome dell’autrice inganna.
Dopo aver letto “Giorni giapponesi“ di Angela Terzani Staude, mi stupisce che finora nessuno abbia contestato il contenuto di questo libro.
Mi ricordo della frenesia degli anni ‘80, l’epoca in cui l’autrice ha scritto questo diario, i quali sono anche i miei ultimi anni in Giappone. Pure io critico il mio paese: il consumismo sfrenato, lo scarso senso critico, il degrado culturale, la scarsa qualità dell’ambiente abitativo, le città caotiche a causa del progetto urbanistico pressoché inesistente. Considero il mio paese “danaroso” ma mai “ricco”. La qualità della vita è lontana da quella europea.
Non metterei, quindi, in discussione “le sue opinioni”, ma  fin dalle prime righe percepisco le sue grottesche malizie per screditare il popolo del paese, secondo lei originariamente povero ma, unico paese industrializzato al livello occidentale nell’Asia dell’epoca, il che agli occhi degli occidentali sarebbe stato mostruoso in quel momento storico.
È ingannevole il cognome dell’autrice, cioè di suo marito che dà credibilità a questo libro. Anche se scrive una critica sullo stesso argomento, “la sua correttezza” è ben lontana da quella straordinaria di Tiziano Terzani, che con la sua onestà intellettuale ammette pure di non essere “entrato” davvero in Giappone. Mentre sua moglie, l’autrice, fa finta, di essere esperta, nonostante scriva con numerosissimi errori e imprecisioni.
Nei primi due anni (prime 115 pagine) l’autrice scrive tanti racconti sentiti dalla gente del “Club degli stranieri” e da pochi giapponesi abituati a parlare con gli stranieri. Evidentemente l’autrice non si è mai inserita nella vera società giapponese, ci gira attorno con il punto di vista di un’occidentale, e non sa che per capire un’altra cultura si dovrebbe cambiare anche il proprio punto di vista. Trascrive con superficialità i racconti ascoltati senza mai capire la sfumatura delle espressioni (es. clamorosa incomprensione del rapporto tra i coniugi p. 85, p.128), senza mai riflettere se questi racconti dei suoi conoscenti esprimano situazioni singolari, o siano riconducibili ad un comune e diffuso costume sociale. Tanti dei suoi scritti a me sembrano antecedenti la guerra o alcuni addirittura di epoca Edo, se non perfino frutto della fantasia dell’autrice.
I racconti citati in questo libro sono particolarmente esagerati come se si trattasse di fenomeni generali diffusi, offrendo così una visione completamente distorta della società giapponese del tempo.
Dal terzo anno, 1988 (p. 116) in poi le descrizioni sono più approfondite e più interessanti. Alcune opinioni e analisi sono condivisibili ma il suo punto di vista non cambia molto. La visione rimane sempre distorta senza uscire dagli stereotipi.
In questo libro ci sono notevoli errori tecnici e imprecisioni dovuti alla carente conoscenza e alla conseguente scarsa comprensione della realtà giapponese da parte dell’autrice. Cito solo alcuni esempi. La tomba d’imperatore Meiji non è a Tokyo (p.18). La confonde con il tempio a lui dedicato. Non “tutti i bambini di Tokyo” sono stati evacuati nella piccola prefettura di Toyama (p.55). Ovviamente non ci sarebbero stati e in realtà sono stati sfollati nelle campagne di varie regioni. Mi pare che l’autrice tenda a semplificare “tutti così&quot; quando sa o vede qualcosa, così come anche sugli idoli (p.99), sulla kaisha (p.100), sull’assunzione aziendale (p.101), sugli esami in forma di quiz (p.126). Impossibile scrivere, senza nemmeno citare le fonti frasi del tipo che le madri concedono ai figli un rapporto sessuale come premio della fatica degli esami (p.126). Anche qualora fosse capitato, sarebbe stato un caso singolarissimo. Il sushi e la contemplazione della luna e dei fiori di ciliegio sono nostre tradizioni. Non le abbiamo importate dalla Cina (p.74), lo confermano anche i cinesi. Non tutti i nostri idoli sono guerrieri (p.99), ci sono anche poeti, scienziati, artisti ecc. L’obi è la cintura per il kimono, non è una sciarpa (p.150). Il buraku-min un tempo era un popolo considerato impuro anche per lo shintoismo (p.212) ma soprattutto per il buddismo giapponese. Buddismo Zen e Bushido (l’anima del Giappone) non c’entrano (p.276). Le basi del bushido sono ispirate dal confucianesimo. Così tantissimi altri errori.
Oltre a questi, se ne trovano, anche sui nomi dei luoghi e sui sostantivi.
Particolarmente grave risulta la parte in cui parla delle religioni. Scrive sullo shintoismo come se si trattasse di  una religione monoteista: “come gli ebrei anche loro credono in unico dio” (p.51). Invece, è politeista. Più tardi (pp.213-218) ammette che ci sono tanti Kami (= dei, divinità), ma continua a non considerarli tali fino all’ultimo. Che cosa significa “il popolo che non ha mai avuto una rappresentazione del mondo ideale come Confucio, Budda e Cristo” (p.51), ”come fidarsi veramente di un popolo che non ha né un dio né sacre scritture” (p.325). In realtà il buddismo e il confucianesimo si sono radicati nel paese solo 3-4 secoli dopo che il cristianesimo si diffuse nell’Impero Romano. Certo il buddismo e il confucianesimo non sono nati in Giappone così come il cristianesimo non è nato in Europa.
Scrive erroneamente, inoltre, “per i giapponesi non ci sono prolungamenti delle cose nell’aldilà“ (p.93), in realtà nel buddismo sì. Durante il soggiorno di cinque anni, non ha mai visto un funerale buddista che tra l’altro viene scelto dall’80% della popolazione? Né l’Hoji? Né l’Obon? Né il Butsudan? Oppure li ha visti ma non ne ha capito il significato?
Avendo le idee chiaramente confuse avrebbe dovuto astenersi dall’affrontare con leggerezza tali tematiche.
Non riconosce la grande influenza che l’intreccio tra buddismo e il confucianesimo hanno avuto sulla mentalità del paese. Infatti nel libro evidenzia esageratamente solo lo shintoismo e il suo legame con l’imperatore, e non parla di buddismo, anche se menziona i templi buddisti (p.34, p.36, ecc.) e il costo del funerale buddista (p.232). Per quanto riguarda il confucianesimo che è stato il principio della moralità negli ultimi secoli, lo liquida solo con una battuta di un suo amico cinese.
Forse non voleva parlare del buddismo né del confucianesimo, altrimenti non sta in piedi la sua opinione sprezzante, “il popolo senza Sacra scrittura”.
Non trovo corretto scrivere intenzionalmente certe cose. Mi pare che l’autrice più che capire veramente si sia impegnata ad esprimere antipatia nei confronti del popolo giapponese.
Mentre varie descrizioni di suo marito Tiziano Terzani, anche se ugualmente critiche, sono oggettive, corrette e rispecchiano il suo essere un vero giornalista.
Sarebbe stato meglio se avesse tenuto questo diario nel cassetto della sua scrivania invece che pubblicarlo come verità assoluta.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>questo è la mia recensione su questo libro scritto per Amazon.<br />
Troppa falsità. Non credeteci. Il cognome dell’autrice inganna.<br />
Dopo aver letto “Giorni giapponesi“ di Angela Terzani Staude, mi stupisce che finora nessuno abbia contestato il contenuto di questo libro.<br />
Mi ricordo della frenesia degli anni ‘80, l’epoca in cui l’autrice ha scritto questo diario, i quali sono anche i miei ultimi anni in Giappone. Pure io critico il mio paese: il consumismo sfrenato, lo scarso senso critico, il degrado culturale, la scarsa qualità dell’ambiente abitativo, le città caotiche a causa del progetto urbanistico pressoché inesistente. Considero il mio paese “danaroso” ma mai “ricco”. La qualità della vita è lontana da quella europea.<br />
Non metterei, quindi, in discussione “le sue opinioni”, ma  fin dalle prime righe percepisco le sue grottesche malizie per screditare il popolo del paese, secondo lei originariamente povero ma, unico paese industrializzato al livello occidentale nell’Asia dell’epoca, il che agli occhi degli occidentali sarebbe stato mostruoso in quel momento storico.<br />
È ingannevole il cognome dell’autrice, cioè di suo marito che dà credibilità a questo libro. Anche se scrive una critica sullo stesso argomento, “la sua correttezza” è ben lontana da quella straordinaria di Tiziano Terzani, che con la sua onestà intellettuale ammette pure di non essere “entrato” davvero in Giappone. Mentre sua moglie, l’autrice, fa finta, di essere esperta, nonostante scriva con numerosissimi errori e imprecisioni.<br />
Nei primi due anni (prime 115 pagine) l’autrice scrive tanti racconti sentiti dalla gente del “Club degli stranieri” e da pochi giapponesi abituati a parlare con gli stranieri. Evidentemente l’autrice non si è mai inserita nella vera società giapponese, ci gira attorno con il punto di vista di un’occidentale, e non sa che per capire un’altra cultura si dovrebbe cambiare anche il proprio punto di vista. Trascrive con superficialità i racconti ascoltati senza mai capire la sfumatura delle espressioni (es. clamorosa incomprensione del rapporto tra i coniugi p. 85, p.128), senza mai riflettere se questi racconti dei suoi conoscenti esprimano situazioni singolari, o siano riconducibili ad un comune e diffuso costume sociale. Tanti dei suoi scritti a me sembrano antecedenti la guerra o alcuni addirittura di epoca Edo, se non perfino frutto della fantasia dell’autrice.<br />
I racconti citati in questo libro sono particolarmente esagerati come se si trattasse di fenomeni generali diffusi, offrendo così una visione completamente distorta della società giapponese del tempo.<br />
Dal terzo anno, 1988 (p. 116) in poi le descrizioni sono più approfondite e più interessanti. Alcune opinioni e analisi sono condivisibili ma il suo punto di vista non cambia molto. La visione rimane sempre distorta senza uscire dagli stereotipi.<br />
In questo libro ci sono notevoli errori tecnici e imprecisioni dovuti alla carente conoscenza e alla conseguente scarsa comprensione della realtà giapponese da parte dell’autrice. Cito solo alcuni esempi. La tomba d’imperatore Meiji non è a Tokyo (p.18). La confonde con il tempio a lui dedicato. Non “tutti i bambini di Tokyo” sono stati evacuati nella piccola prefettura di Toyama (p.55). Ovviamente non ci sarebbero stati e in realtà sono stati sfollati nelle campagne di varie regioni. Mi pare che l’autrice tenda a semplificare “tutti così&#8221; quando sa o vede qualcosa, così come anche sugli idoli (p.99), sulla kaisha (p.100), sull’assunzione aziendale (p.101), sugli esami in forma di quiz (p.126). Impossibile scrivere, senza nemmeno citare le fonti frasi del tipo che le madri concedono ai figli un rapporto sessuale come premio della fatica degli esami (p.126). Anche qualora fosse capitato, sarebbe stato un caso singolarissimo. Il sushi e la contemplazione della luna e dei fiori di ciliegio sono nostre tradizioni. Non le abbiamo importate dalla Cina (p.74), lo confermano anche i cinesi. Non tutti i nostri idoli sono guerrieri (p.99), ci sono anche poeti, scienziati, artisti ecc. L’obi è la cintura per il kimono, non è una sciarpa (p.150). Il buraku-min un tempo era un popolo considerato impuro anche per lo shintoismo (p.212) ma soprattutto per il buddismo giapponese. Buddismo Zen e Bushido (l’anima del Giappone) non c’entrano (p.276). Le basi del bushido sono ispirate dal confucianesimo. Così tantissimi altri errori.<br />
Oltre a questi, se ne trovano, anche sui nomi dei luoghi e sui sostantivi.<br />
Particolarmente grave risulta la parte in cui parla delle religioni. Scrive sullo shintoismo come se si trattasse di  una religione monoteista: “come gli ebrei anche loro credono in unico dio” (p.51). Invece, è politeista. Più tardi (pp.213-218) ammette che ci sono tanti Kami (= dei, divinità), ma continua a non considerarli tali fino all’ultimo. Che cosa significa “il popolo che non ha mai avuto una rappresentazione del mondo ideale come Confucio, Budda e Cristo” (p.51), ”come fidarsi veramente di un popolo che non ha né un dio né sacre scritture” (p.325). In realtà il buddismo e il confucianesimo si sono radicati nel paese solo 3-4 secoli dopo che il cristianesimo si diffuse nell’Impero Romano. Certo il buddismo e il confucianesimo non sono nati in Giappone così come il cristianesimo non è nato in Europa.<br />
Scrive erroneamente, inoltre, “per i giapponesi non ci sono prolungamenti delle cose nell’aldilà“ (p.93), in realtà nel buddismo sì. Durante il soggiorno di cinque anni, non ha mai visto un funerale buddista che tra l’altro viene scelto dall’80% della popolazione? Né l’Hoji? Né l’Obon? Né il Butsudan? Oppure li ha visti ma non ne ha capito il significato?<br />
Avendo le idee chiaramente confuse avrebbe dovuto astenersi dall’affrontare con leggerezza tali tematiche.<br />
Non riconosce la grande influenza che l’intreccio tra buddismo e il confucianesimo hanno avuto sulla mentalità del paese. Infatti nel libro evidenzia esageratamente solo lo shintoismo e il suo legame con l’imperatore, e non parla di buddismo, anche se menziona i templi buddisti (p.34, p.36, ecc.) e il costo del funerale buddista (p.232). Per quanto riguarda il confucianesimo che è stato il principio della moralità negli ultimi secoli, lo liquida solo con una battuta di un suo amico cinese.<br />
Forse non voleva parlare del buddismo né del confucianesimo, altrimenti non sta in piedi la sua opinione sprezzante, “il popolo senza Sacra scrittura”.<br />
Non trovo corretto scrivere intenzionalmente certe cose. Mi pare che l’autrice più che capire veramente si sia impegnata ad esprimere antipatia nei confronti del popolo giapponese.<br />
Mentre varie descrizioni di suo marito Tiziano Terzani, anche se ugualmente critiche, sono oggettive, corrette e rispecchiano il suo essere un vero giornalista.<br />
Sarebbe stato meglio se avesse tenuto questo diario nel cassetto della sua scrivania invece che pubblicarlo come verità assoluta.</p>
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		Di: federchicca		</title>
		<link>https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6384</link>

		<dc:creator><![CDATA[federchicca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2016 17:20:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6383&quot;&gt;Sara Ciolini&lt;/a&gt;.

Wow, allora dovrò andare a vedere anche &quot;In Asia&quot;, grazie della dritta :)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://www.federicapiersimoni.it/casa/giorni-giapponesi-libro/#comment-6383">Sara Ciolini</a>.</p>
<p>Wow, allora dovrò andare a vedere anche &#8220;In Asia&#8221;, grazie della dritta 🙂</p>
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		Di: Sara Ciolini		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sara Ciolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Mar 2016 17:07:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ciao Federica!
Io adoro Terzani, e sicuramente dovrò leggere questo libro. D&#039;altronde se sei stata la moglie di Terzani, non puoi non essere una grande scrittrice anche tu :)
Come appunto dici te, di questi libri è bello il fatto che siano scritti da &quot;chi la cultura non solo l’ha capita, ma l’ha fatta propria&quot;. Questi libri ti fanno scoprire cose che raramente si conoscono, mi piace la storia e mi piace scoprirla attraverso questi racconti così disincantati e schietti.
Qualcosa di questo Giappone di cui parla Angela l&#039;ho letto nel libro &quot;In Asia&quot; di Terzani.
A presto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao Federica!<br />
Io adoro Terzani, e sicuramente dovrò leggere questo libro. D&#8217;altronde se sei stata la moglie di Terzani, non puoi non essere una grande scrittrice anche tu 🙂<br />
Come appunto dici te, di questi libri è bello il fatto che siano scritti da &#8220;chi la cultura non solo l’ha capita, ma l’ha fatta propria&#8221;. Questi libri ti fanno scoprire cose che raramente si conoscono, mi piace la storia e mi piace scoprirla attraverso questi racconti così disincantati e schietti.<br />
Qualcosa di questo Giappone di cui parla Angela l&#8217;ho letto nel libro &#8220;In Asia&#8221; di Terzani.<br />
A presto</p>
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