La mia prima volta a Venezia avevo 18 anni, un biglietto per la mostra di Dalì in un mano e un biglietto del treno andata e ritorno in giornata in tasca. Qualche ora a Venezia su e giù per le calli, un pranzo in un ristorante cinese e tanti, tantissimi passi, era febbraio e a Venezia faceva un freddo incredibile e l’umidità entrava nelle ossa.

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La mia seconda volta a Venezia è stata in compagnia delle amiche. La biennale alle porte, una serata in un’osteria tipica, la pioggia battente e una cena di vino e piatti tipici, una camera per quattro, un sabato sera che fatico a dimenticare anche a distanza di tempo. Quelle amicizie che ogni tanto ritornano, che sembrano sempre essere lì dietro l’angolo nonostante siano passati tanti, troppi anni.

A Venezia sono tornata una terza volta, anzi una quarta, la terza per un San Valentino in coppia, la quarta in famiglia, in tre. Rivedere Venezia con un bambino è stato diverso, oserei dire magico. Venezia è come i veneti, o la si ama o la si odia, anzi la si può amare e odiare nello stesso tempo perché sa farsi apprezzare, sa stupire, ma sa anche stancare e prendere per sfinimento, almeno con me fa così.

Venezia è incredibile, regala degli scorci che nessun città al mondo regala, almeno io non ne ho mai trovati così. Venezia è sensuale con quei ponti e quelle gondole, quei riflessi, i panni stesi, i colori delle case che si specchiano nell’acqua, un albero in un campo, un palazzo storto che affiora dall’acqua, un vicolo stretto che non si sa dove conduce, è misteriosa e complicata con i suoi indirizzi incomprensibili, a Venezia ci si perde di continuo e le strade sembrano tutte uguali.

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Le mie 48 ore in Laguna sono state incredibilmente piene, ricche, perfette. Ore e ore a trovare i miei posti, a ritrovare qualche luogo familiare, a scoprirne di nuovi sempre persa con lo sguardo a metà sullo smartphone e a metà tra tra le calli. Con un marsupio e Giulio addosso, scarpe comode e poche, anzi pochissime cose appreso, perché a Venezia si sa quello che ti porti in giro poi lo devi riportare a casa, allora meglio che le cose non siano troppe.

Tra una mail, un indirizzo, tante foto e qualche video, non riuscivo a capacitarmi di come la batteria del mio Honor8 ancora nel tardo pomeriggio fosse a metà e non completamente scarica. Avete mai usato così tanto lo smartphone come in viaggio? Io ci faccio tutto, soprattutto a Venezia dove la mappa è costantemente aperta e, quando non ci sono veneziani nei paraggi alzo anche il volume per sentire meglio la vocina di google maps che mi guida tra le calli “sempre dritto“.

Tra i posti che ricordo con più felicità, c’è sicuramente Campo San Polo. Ricordo di averla vista innumerevoli volte nei miei viaggi precedenti a Venezia e ogni volta questo campo è per me un luogo sorprendente, una grande piazza piena di sedute, tavoli, bambini che giocano e sole, tatticismo sole ogni volta che l’ho vista. Da Piazza San Marco poi mentre si guarda da lontano la Basilica della Salute o addentrandosi nella Piazza, nei corridoi fatti di colonne, ombre e persone. A San Marco mi sento sempre speciale, un po’ come se, le centinaia di persone che sono lì ogni giorno ad osservare il tramonto e le gondole passare, il Ponte dei Sospiri e la Torre dell’Orologio, fosse lì un po’ anche per me.

San Marco ha il potere di farti sentire unica. Ogni volta che mi trovo a Venezia faccio sempre dei mega sorrisi perché è così che questa città mi fa sentire, felice e amata.

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Tra le foto fatte con il mio Honor8, alcune mi hanno stupito per la precisione e l’accuratezza dei dettagli. Non ho modificato quasi nessuna di queste foto perché ho trovato che la semplicità e l’immediatezza con cui la realtà veniva catturata da Honor8 era addirittura al di sopra delle mie aspettative e, in qualche caso, anche migliore della realtà stessa. Facendo le foto infatti, vedevo nelle immagini sul display del telefono dei dettagli che nella realtà non notavo e questo mi rendeva quasi euforica.

A Venezia credo di aver fatto decine e decine di foto, selfie e video, ma ho deciso di pubblicare in questo post solo una selezione degli scatti che mi sono piaciuti di più, una selezione resa possibile dall’estrema accuratezza della doppia fotocamera di Honor8 e dalla batteria a sta lunga durata dl telefono – in altre circostanze sarei dovuta correre ai ripari, tipo presa e bar in cerca di una ricarica per arrivare a fine giornata, ma non in questo caso.

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Alla sera sono arrivata piena di energie, il telefono almeno, io un po’ di meno. Ho cenato in un’Osteria tipica, l’Osteria del Vecio Pozzo che si trovava vicino al mio hotel e al Bacaro Lele, purtroppo chiuso, e sono andata a dormire in tempo record. Le mie 48 ore a Venezia sono state piene, importanti e ricche di scoperte, sono proprio curiosa di vedere quando tornerò a Venezia chi (o quanti) saranno la prossima volta i miei accompagnatori, di certo Honor8 non mancherà!