Il Sudafrica è stato per Giulio il penultimo viaggio prima che compisse due anni (l’ultimo prima dei due, l’abbiamo poi fatto in California). Il Sudafrica è stato un viaggio che ci ha messo a dura prova per quanto riguarda le ore di auto che ogni giorno facevamo. Questo è stato il primo viaggio in cui abbiamo davvero capito che Giulio stava crescendo e che aveva assolutamente bisogno dei suoi tempi. Tempi che ancora una volta (come in Norvegia) non coincidevano con i nostri. 

Quando si sta insieme a una persona, per forza di cose ma in modo naturale, si prendono le stesse abitudini, in casa come in viaggio. Ci si equilibria sugli orari della sveglia, sui tempi della doccia o le tempistiche generali dell’uso del bagno. Si iniziano ad avere anche gli stessi interessi, a casa o in viaggio. Con un figlio è diverso. Un figlio non si abitua a te, lui sta crescendo e sta esplorando (soprattutto se ha meno di due anni) e non è lui che si abituerà ai tuoi tempi, ma probabilmente, nove volte su dieci, sarai tu a organizzare le tue giornate sulle sue necessità. Non ci si può fare davvero nulla, è così punto e basta.

Il nostro viaggio in Sudafrica ha coinciso con un momento della crescita di Giulio in cui lui stava cambiando tanto, soprattutto stava iniziando a esplorare davvero il territorio, non più solo con gli occhi o le mani, ma proprio con i piedi. In Sudafrica abbiamo capito che Giulio aveva bisogno di correre, correre e correre, di spazio, di strade, di gioco sfrenato. Da una parte non poteva capitarci in un luogo migliore, il Sudafrica è immenso e le sue spiagge sono così lunghe che a forza di correre Giulio cadeva stecchito dal sonno, a sera. D’altra parte, il nostro itinerario di viaggio, in parte organizzato prima di partire, era scandito da tappe e km da fare quasi ogni giorno.

Il Sudafrica ci è stato davvero utile come viaggio per aggiustare il tiro di quello che di lì a poco avremmo organizzato in California, ma mentre eravamo laggiù dovevamo in qualche modo adattarci alle sue nuove tempistiche. L’on the road che avevamo studiato non prevedeva ogni giorno spostamenti in auto, ma il Sudafrica è molto esteso e quando ci muovevamo, dovevamo farlo per diverse ore. In particolare un paio di tappe ci hanno davvero impensierito, perché dopo solo pochi giorni avevamo già capito che Giulio non ne voleva proprio sapere di stare troppo in auto. Tutto quello che avevamo usato nei precedenti on the road aveva funzionato poco, lui era cresciuto e la macchina dopo un po’ lo annoiava, voleva scendere e correre.
Giochi, matite, colori, more, cartoni e canzoni. Tutto funzionava ma per un tempo molto limitato.

Abbiamo quindi iniziato a fare più fermate durante i nostri spostamenti in auto. Fermate non sempre facili perché alcune zone attraversate del Sudafrica avevano oggettivamente poco da offrire. Gli autogrill del Sudafrica (chiamiamoli così, giusto per capirci), sono piccoli negozi che producono torte locali o tazze di caffè lungo. Quando avevamo la fortuna di incontrare dei giochi per strada, se Giulio non dormiva ci fermavamo quasi sempre, affinché lui potesse giocare e potesse divertirsi tra una tappa e l’altra.

Molto più facile era quando rimanevamo in qualche città per una o due notti. Riuscivamo così a far fare tante attività a Giulio senza costringerlo su un seggiolino auto (che ci eravamo portati da casa) e vedevamo effettivamente la felicità nei suoi occhi. La cosa che più mi è piaciuta vedere in lui, è stato come si rapportava agli altri bambini quando li incontrava. Li prendeva per mano, li abbracciava, era felice di incontrare altri bambini, più o meno grandi di lui, con cui trascorrere del tempo. Quello che non mi piaceva invece era vedere la delusione nei suoi occhi quando loro dovevano andarsene (se incontravamo dei bambini noi quasi mai ce ne andavamo via per primi, perché preferivamo attardarci un po’ noi ma far divertire lui).

Il Sudafrica è stato il viaggio in cui più di tutti ho pensato se portare Giulio in viaggio, era una buona cosa. Lui che all’asilo si divertiva tantissimo, che passava le mattine a giocare con gli altri bambini, lui che ormai si era creato una routine anche a casa tra asilo, nonni, parco e mare. Me lo sono chiesta spesso in quei quasi 15 giorni di viaggio e ancora oggi continuo a chiedermelo. La risposta non l’ho ancora trovata, anche perché andando avanti ci saranno tantissimi cambiamenti nel nostro modo di viaggiare a tre. L’unica cosa a cui ho pensato tanto, è se avendo un fratellino o una sorellina, Giulio sarebbe stato più felice in un on the road del genere, dove per forza di cose i bambini che incontravamo non erano tantissimi. Ancora me lo chiedo, ma ad oggi situazioni come quelle non sono effettivamente più ricapitate.

Credo infatti che ogni bambino attraversi fasi di cresciuta in cui è necessario un confronto che loro stessi trovano solo rapportandosi ad altri bambini. Non prendetemi alla lettera, io parlo per Giulio, non in generale, ma se vi ritrovate anche voi nelle mie parole, forse un fondo di verità comune c’è. Il viaggio in Sudafrica a conti fatti è stato molto bello, anzi bellissimo per i paesaggi e le esperienze fatte insieme, per le persone conosciute lungo il cammino e per quelle che ci hanno ospitato tramite Airbnb. Un viaggio tosto, non sempre easy, diciamo così, un viaggio in cui a volte ho visto l’entusiasmo nel volto di Giulio e altre dei momenti di turbamento, soprattutto quando doveva salutare degli amici con cui aveva giocato.

So che Giulio è cresciuto tanto in quel periodo, se sia merito dei nostri continui viaggio o della vita che non si ferma (giustamente) davanti a niente, questo non è dato saperlo a nessuno. Quello che so è che io imparo tantissimo guardandolo e pensando a come sta vivendo questi momenti, questi nostri viaggi insieme e anche lui impara tanto da noi, imitandoci e provando a essere un piccolo viaggiatore anche se con necessità e tempi, per forza di cose molto diversi dai nostri (e per fortuna!).