Svezzare e come svezzare, questo è il problema. Da subito ho avuto le idee chiare, io pappe e pappine non le voglio fare, ho sempre pensato. Viaggiando spessissimo anche con Giulio, sarebbe stato davvero un problema portarsi dietro le pappe o trovarle in giro, soprattutto perché volevo che l’approccio di Giulio con il cibo fosse il più naturale possibile. Della stessa idea era anche la pediatra di Giulio che fin dal sesto mese, quando Giulio iniziò a interessarsi al cibo, ci disse che potevamo procedere con… tutto!

I primi mesi a casa non furono un grosso problema. Giulio iniziò appunto a 7 mesi a mangiare qualcosina. Certo, il latte della mamma era ancora il pasto principale, ma sedersi a tavola con noi era un rito e qualcosa ci fregava sempre dal piatto, con estremo interesse e curiosità. Io lasciavo fare, gli davo tutto, dalla frutta (il melone è stata la prima cosa in assoluto che ha assaggiato) alle uova, dal prosciutto crudo ai formaggi.

Lo svezzamento non so quando si può considerare concluso, del resto Giulio sta per fare due anni e ancora prende il mio latte. Si considera concluso quando mangia tutto quindi o quando non prende più il latte? E se si considera concluso quando inizia a mangiare tutto, come vengono visti i cibi stranieri? Ecco, noi abbiamo capito che la fase dello svezzamento non era conclusa a Cuba, quando per i 9 mesi di Giulio decidemmo di fare un viaggio proprio ai Caraibi.

Fuso orario, che problema!

Cosa non avevo messo in considerazione? Il cibo? No, non avevo messo in considerazione il fuso orario!
Ci sono circa 5 ore di fuso orario a Cuba, rispetto all’Italia, e i primi giorni è stato un po’ difficile. Io soffro il fuso orario, il babbo di Giulio no, affatto. Giulio è un po’ come me, o meglio, abituato a mangiare a certi orari, si svegliava nel cuore della notte, le 3 locali a Cuba, le 8 in Italia perché moriva di fame.

A Cuba abbiamo inizialmente alloggiato in un Hotel e la primissima notte è stata facile. Alle 3, 4 di notte Giulio si sveglia e inizia a giocare. Noi abbastanza assonnati con un jet lag da paura, lo guardiamo intontiti e solo dopo realizziamo che sì, per lui è giorno e per lui è ora di mangiare. Giulio, che mangiava già abbastanza in Italia a 9 mesi e prendeva il latte lo stretto necessario, a 9 mesi è stato salvato a Cuba dal latte della mamma!

Ricordo ancora la mia telefonata alla reception la prima notte sull’Isola per sapere quando apriva la sala delle colazioni, la risposta fu “Alle 8! Sono le 3 di notte qui“, come per dire, io non so da dove vieni ma qui tutti dormono e ti consiglio di metterti per un po’ il cuore in pace. Da quel momento di cose ne sono cambiate.

Certo, Giulio a mano a mano che passavano i giorni allungava sempre più l’ora del risveglio, anche se al massimo è arrivato alle 5 di mattina (quante albe a Cuba abbiamo visto e quanti pochi tramonti!) e noi abbiamo imparato ad attrezzarci.
Abbiamo iniziato a comprare del cibo e a portarcelo dietro, sempre. Praticamente anche noi vivevamo un po’ in balia degli orari di Giulio (anche giustamente forse) e mangiavamo quando mangiava lui, quando avevamo fame e non sempre quando mangiavano i locali, tanto bene o male qualcosa di aperto si trovava sempre. A volte andavamo a cena così presto che nei ristoranti non trovavamo nessuno, ma tanto meglio, avevamo il posto solo per noi e tutte le attenzioni che ci servivano.

Autosvezzamento in viaggio: pro

L’autosvezzamento in viaggio per me ha solo dei grandissimi pro.
Innanzitutto ci si abitua a mangiare tutto, quello che c’è almeno. Ricordo delle colazioni di Giulio ricchissime. Mangiava pane e prosciutto, frutta e yogurt ogni mattina. Per lui in fondo era un po’ come colazione e pranzo assieme.

L’autosvezzamento in viaggio ti insegna a conoscere ed apprezzare i sapori del posto, anche quelli a te sconosciuti. A Cuba non siamo mai andati in un posto convenzionale, mai abbiamo preso la pasta (la pizza lo ammetto una volta sì), e comunque  diciamocelo, tra tutti i paesi in cui avremmo potuto mangiare cose più o meno occidentali, Cuba era una delle più lontane a questa pratica, quindi mangiavamo sempre quello che c’era e Giulio con noi.

Il fatto che io ancora continui a dargli il mio latte poi, a maggior ragione a 9 mesi, ci ha permesso di trovare un equilibrio perfetto. Giulio sapeva che poteva contare sul mio latte la notte o nei momenti di viaggio, come il giorno che siamo passati da L’Havana a Caso Santa Maria (non è che non abbiamo fatto pause o non ci siamo fermati eh, solo che in auto a volte preferiva il latte anche inteso un po’ come coccola e contatto). Poi quando arrivava l’ora del pranzo o della cena, mangiavamo riso, tantissima frutta, piatti locali e anche qualche dolce, sì!

Un altro pro dell’autosvezzamento, per chi viaggia almeno, è che non sempre è facile trovare le pappe in giro, figuriamoci farle. Certo, se si alloggia in Hotel o appartamenti family friendly è possibile, ma a volte non si ha modo. Se si decide di andare in viaggio in determinate zone del mondo, forse è una cosa che va presa in considerazione, anche il fatto delle pappe da portarsi da casa… come si fa? O si riempie una valigia apposita, portandosi dietro un peso incredibile, magari perché si vuole quella marca lì e perché in certi paesi non la si troverebbe (vedi a Cuba, i negozi avevano lo stretto necessario per sopravvivere e i baby food non so nemmeno se ne esistono), oppure si decide appunto di comprarli direttamente in loco, con la possibilità che non ci siano o che non ci sia la marca che si desidera.

Io non volevo farmi di questi problemi e sinceramente non pensavo (non penso tutt’ora) che sia nemmeno troppo educativo (ma questo è un pensiero assolutamente personale e che forse andrà contro le idee di molti).

Io volevo e vorrei che Giulio vivesse un Paese diverso in tutti i suoi aspetti, a partire anche da cibo che per noi è davvero importante. Del resto noi amiamo esplorare posti nuovi anche per assaggiarne i piatti. Non tutti i paesi sono a misura di bambini, anche per quanto riguarda il cibo,  ma credo che assaggiare e conoscere nuovi sapori abbia la stessa grande importanza del vivere posti nuovi senza pregiudizi.

Credo inoltre che il provare, il fidarsi, l’assaggiare, faccia parte di una cultura che vorrei trasmettere a Giulio. Chi assaggia, chi mangia, chi non giudica un piatto solo dall’aspetto e si butta, abbatte un muro, si avvicina all’altro, che sia cubano, thailandese, egiziano, sudafricano e istintivamente ci sta più simpatico, si rende conto in tutto e per tutto di come una cultura sia importante, anche e banalmente mangiando dalla stessa ciotola una zuppa del luogo.