Sono da Ikea, mio figlio dorme nel passeggino e io lavoro al tavolino bianco dello store di Rimini. Sono appena andata a prenderlo all’asilo, speravo si addormentasse in macchina, ed è per questo motivo che avevo il Mac dietro, ma non ne ero sicura (per questo andavamo da Ikea – oggi fa troppo caldo per il mare). Sono una mamma,sono una lavoratrice autonoma, sono entrambe le cose e questo è quello che mi identifica al 90%

Il restante 10% di me è una viaggiatrice, una sognatrice, un’imprenditrice probabilmente. Ma soltanto dicendo le due parole “freelance” e “mamma“, la maggior parte delle persone risponde con un “ahhhh“.
Un’esclamazione che fa capire tutto.
Fa capire che non hanno capito niente.

Negli ultimi due anni e mezzo mi sono chiesta spesso se il mio ruolo da mamma fosse davvero conciliabile con la mia vita da libera professionista e se, al contempo, il mio ruolo da freelance e viaggiatrice a tempo pieno potesse essere davvero coniugabile al mio ruolo di madre. Mi sono sentita spesso in dovere di essere presente, qualche volta mi sono persino sentita in colpa se alle 7 del mattino salutavo compagno e figlio nel letto (che dormivano) e scappavo in stazione per qualche appuntamento di lavoro. Mi sono sentita in colpa quando ho visto le foto di lui piangente (mio figlio) che chiamava mamma, di quando l’ho visto sorridere e divertito con i nonni, mi sono sentita impotente quando prima di addormentarsi senza di me, mi cercava con le manine e non mi trovava nel letto.

Eppure prima di questi due anni e mezzo non ho mai avuto questi sensi di colpa. Eppure, prima di questa vita, ho rischiato di viverne due o più per quanto tempo ho passato tra viaggi e lavoro, tra notti insonni e pranzi alle 16 per finire tutte le consegne, seguire i progetti e le scadenze che mi imponevo.
Oggi la rumba è cambiata e io ne sono contenta, intendiamoci, ma questo davvero cosa significa?

Significa lavorare con lui in braccio (quando sta male).
Significa lasciarlo alle 8 all’asilo, anche quando fa il broncio perché si è svegliato con la luna storta.
Significa produrre tutto nelle 6 ore che ho a disposizione, perché poi non ci sono mail o telefonate che tengono.
Significa mettere ogni giorno qualcosa di commestibile (e possibilmente sano) in tavola.
Significa avere una routine, una quotidianità, un ritmo calibrato sui suoi bisogni.
Significa metterlo al primo posto anche quando non potrei/vorrei/dovrei.

Ogni tanto quella vocina che è dentro di me torna fuori: Federica, stai lavorando per vivere o vivi per lavorare.
So rispondermi (a modo) il più delle volte. Altre volte mi arrabbio, zittisco la vocina e torno sullo smartphone. Tante altre me ne frego, guardo Giulio e capisco che questo tempo non tornerà e che godermelo è il mio lavoro principale al momento.

Non ci sono risposte che posso darmi ogni giorno, almeno non ci sono risposte sempre uguali, che posso darmi ogni giorno.
Sono un’imprenditrice, a tutti gli effetti, ho scadenze e tasse da pagare, un commercialista da scegliere, conti in tasca da farmi mensilmente. Non sono assunta a tempo indeterminato (per mia scelta), ne a progetto ne a part time. Il mio lavoro è a tutto tondo, il mio lavoro è la mia vita, non solo metaforicamente parlando e a volte mi trovo a scontrarmi con la dura realtà dei fatti: sono una mamma freelance e questo è tutto (o quasi tutto) quello che più mi caratterizza?

La verità è che sono soddisfatta (ne parlavo proprio qualche giorno fa e davo alla mia soddisfazione un voto di 8 – da 0 a 10), sono felice, mi sento realizzata e in costante crescita, non solo professionalmente ma anche umanamente e come genitore.
Sono contenta di riuscire a lavorare con i miei tempi, tirando la corda quando è possibile e allentandola quando posso farlo. Non mi sento schiava di un lavoro che mi opprime, non mi sento in dovere di produrre e so prendermi le mie pause se lo ritengo necessario. Non è sempre facile, a volte torna il mio (insensato) senso di colpa che mi tiene sveglia a pensare che dovrei fare di più, che potrei fare meglio, che dovrei, dovrei, dovrei

Negli ultimi due anni sono scesa a patti con la mia coscienza. Ho deciso di produrre meno e valere di più.
Sono riuscita in questa trasformazione dopo tanti anni di gavetta, dopo continui corsi, lezioni, anni di rodaggio, di preventivi andati a vuoto e di progetti realizzati. Mi rendo conto oggi, forse davvero e per la prima volta, che quando passo un pomeriggio con mio figlio o la mia famiglia, è perché posso permettermelo. Ho lavorato per anni per permettermi il lusso di godermi le giornate che desidero senza cartellini da timbrare ne ore da segnare.

Non so se ho sempre saputo che questa era la vita che desideravo o se ho avuto solo tanta fortuna a costruirmela su misura.
So per certo però che quando mi trovo a confrontarmi con altre persone che vivono la mia realtà, mi sento soddisfatta e grata della strada che ho intrapreso con non poche difficoltà, sia ben chiaro, ma con tanta pazienza e motivazione.

Qualche settimana fa sono stata al Web Marketing Festival di Rimini, un evento che sempre più riesce a toccare le mie corde, di lavoratrice nel mondo digital, ma anche di genitore. Non solo questo evento è un contenitore di energia e innovazione senza eguali, ma è anche un luogo dove i genitori possono (anche) sentirsi riconosciuti in questo ruolo, senza avere qualcosa in meno, ma avendo qualcosa in più (anzi!). Il Web Marketing Festival infatti, permette a tutti i genitori che lo desiderano di portare con sé i propri figli. Esiste uno spazio dedicato ai piccoli, che a partire dai 3 anni possono giocare e stare assieme ad altri bambini, assistiti da giovani animatori.

Io non ho portato Giulio, sia perché abitando a Rimini ho lasciato che continuasse l’asilo, ma anche perché non avendo ancora 3 anni non sarebbe rientrato a pieno titolo nella fascia d’età permessa. Il prossimo anno invece vorrei portarlo, vorrei far vivere lui un’esperienza diversa e vorrei anche io mostrare a Giulio, una parte della mia vita che lui conosce poco, ma che dovrà imparare a conoscere sempre di più, quella della mamma lavoratrice.

Vivere per lavorare o lavorare per vivere, dicevamo?
Non avevo una risposta a questa domanda, quando ho iniziato a scrivere questo post, ma posso dire di averla trovata solo alla fine. Se è vero infatti che i soldi ci servono solo per vivere, è anche vero che spesso il lavoro ci salva, ci motiva, ci soddisfa e ci permette di fare qualcosa che ci piace per cui possiamo sentirci appagati e in armonia con le persone a cui vogliamo più bene.
Ecco allora cosa spero: non di farmi ancora questa domanda (magari banale per qualcuno), ma di renderla un’affermazione.

Vivere per lavorare e lavorare per vivere, questa è la mia risposta (definitiva).

Tutte le foto, ad eccezione della prima, sono del Web Marketing Festival.